Lo Duca
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Antonio Lo Duca

La Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri si deve soprattutto alla volontà incrollabile di Antonio Lo Duca (Duca o Del Duca), sacerdote siciliano, nato a Cefalù nel 1491 e morto a Roma nel 1564, devoto al culto degli angeli. 

A questo culto si era votato fin da quando (1513-15), nominato maestro di canto della cattedrale di Palermo, aveva scoperto nella chiesetta di Sant'Angelo, ove si radunava con i chierici per tale insegnamento, un antico dipinto dei Sette Principi degli Angeli riemerso quasi per miracolo dopo secoli d'incuria.

Venuto a Roma, sembra nel 1572, con la segreta intenzione di ottenere il riconoscimento della devozione ai Sette Principi angelici, divenne cappellano del cardinale A. Del Monte, zio del futuro Papa Giulio III con il quale condivise tale culto e per il quale compose la Messa dei Sette Angeli.

Dopo la morte del suo protettore (1533), Antonio fu fino al 1537 cappellano del conte Cifuentes, ambasciatore dell'Imperatore Carlo V. In questi anni cercò invano di fare approvare ufficialmente la Messa dei Sette Angeli. Anche il suo intervento presso Papa Paolo III Farnese fu vano; da lui ricevette soltanto cariche e prebende che lo riportarono alla natia Sicilia. Dopo un breve periodo, ritornò nuovamente a Roma dove divenne cappellano in Santa Maria di Loreto al Foro di Traiano. 

Qui, un mattino d'estate del 1541, ebbe una visione straordinaria: vide "una luce più che neve bianca" scaturire dalle rovine delle Terme di Diocleziano con al centro i Sette Martiri (Saturnino, Ciriaco, Largo, Smaragdo, Sisinnio, Trasone e Marcello papa) collegati alla costruzione dell'immensa fabbrica. Da questa visione Antonio ebbe la certezza che un tempio dedicato ai sette Angeli doveva sorgere proprio in quelle maestose rovine termali.

Recatosi nel luogo della visione, segnò col nome dei sette Angeli (Michele, Raffaele, Gabriele, Jeudiele, Salatiele, Barachiele e Uriele) le colonne della grande sala dell'antico tepidarium. Cominciò così a delinearsi l'idea di trasformare la grande sala in una chiesa da dedicare ai Sette Angeli e ai Sette Martiri. Il solerte Antonio incominciò subito a pensare all'edificazione, ma invano inoltrò suppliche all'allora pontefice Paolo III.

Nel 1543, dopo un pellegrinaggio alla Santa Casa di Loreto, recatosi a Venezia per far stampare il libretto con la sua Messa, le orazioni e le immagini angeliche, si fece dipingere un quadro con la Vergine tra i Sette Angeli, copia di un mosaico esistente nella Basilica di San Marco, che adorna oggi il centro dell'abside dietro l'altare maggiore della nostra Basilica. Tornato a Roma ed accettato il rettorato degli Orfanelli di Santa Maria in Aquiro, continuò a frequentare le Terme sempre con l'idea di trasformarle in Chiesa, ma inutilmente propose a Paolo III la consacrazione della grandiosa fabbrica alla "Beatissima Vergine dei Sette Arcangeli" e la creazione di un collegio per gli orfanelli.

Fu alla morte di Papa Farnese che il nuovo pontefice Giulio III Del Monte, amico di Antonio fin dai tempi in cui era stato cappellano dello zio, nel 1550 ordinò al Vicario di Roma, monsignore Filippo Archinto, che fu poi Arcivescovo di Milano, di firmare il decreto di consacrazione della Chiesa con il titolo di Santa Maria dei Sette Angeli. Il vescovo di Sebaste benedisse e consacrò il nuovo tempio.

L'entusiasmo per la realizzazione del suo sogno, però, fu infranto dai nipoti del papa che scacciarono Antonio dalle Terme, facendole diventare loro terreno di caccia e luogo di maneggio per i cavalli.

Dopo il breve pontificato (22 giorni) di Marcello II e quello di Paolo IV Carafa, il nuovo pontefice Pio IV Medici realizzò finalmente nella maniera più maestosa e solenne il sogno di Antonio. Con una Bolla datata 27 Luglio 1561, il Papa ordinava, infatti, la nascita di una chiesa nelle antiche Terme di Diocleziano che, dopo un "Breve" emanato subito dopo per concederne l'officiatura ai Padri Certosini di Santa Croce in Gerusalemme, intitolava alla "Beatissimae Virgini et omnium Angelorum et Martyrum".

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